Bassi dosi di vitamina D hanno buoni effetti sulla vitiligine indotta da Rhododendrol


Una serie di prodotti a base di Rhododendrol per lo sbiancamento della pelle

Oggi ci occuperemo di analizzare uno studio giapponese appena pubblicato sul numero di febbraio di The Japanese Journal Dermatology. Si tratta di un lavoro, randomizzato in cieco con gruppo di controllo, condotto da una nutrita pattuglia di specialisti in servizio presso il Dipartimento di Dermatologia della Tohoku University Graduate School of Medicine di Sendai, in Giappone, appunto. 

Il Rhododendrol sbianca la pelle

Il lavoro ha preso le mosse dall’impiego da un composto chimico chiamato Rhododendrol, 4- (4-idrossifenil) -2-butanolo,  quale inibitore della sintesi della melanina, una proprietà che ha condotto l’industria cosmetica ad impiegare questo composto in prodotti destinati a chi voglia rendere più chiara la propria pelle. 

Il Rhododendrol in alcuni soggetti provoca la vitiligine

E’ successo però che alcune persone, probabilmente inconsapevoli di possedere la predisposizione alla vitiligine, dopo aver usato lo sbiancante si sono visti esplodere la patologia anche in aree che non erano state trattate topicamente con tale sostanza, diventando vittime di una particolare forma di vitiligine indotta battezzata “vitiligoRD”.

La vitiligineRD resiste ad ogni trattamento

Analogamente a quella normale o forse in misura più accentuata, la vitiligineRD sembra infischiarsene di tutti i trattamenti che le vengono scatenati contro per cercare di ricolorare le aree depigmentate. Per questo i ricercatori giapponesi hanno deciso di provare con una sostanza scarsamente testata su tale particolare forma di vitiligine: la vitamina D. 

 Lo studio

Sono state arruolate 48 donne con vitiligine RD per essere divise in due sottogruppi. Il primo gruppo ha ricevuto per cinque mesi 5.000 UI di colecalciferolo (Vitamina D3) ogni giorno, il secondo gruppo, di controllo, ha ricevuto una sostanza placebo. 

 

I risultati sono stati analizzati da tre medici all’oscuro sulle identità di coloro che erano stati trattati  con vitamina D (metodo in cieco). I punteggi di miglioramento, basati su rilievi fotografici, erano significativamente più alti nel gruppo di intervento Vitamina D rispetto al gruppo di controllo ed erano positivamente correlati con i livelli sierici di 25 (OH) D3 dopo il periodo di somministrazione di 5 mesi. 

Riflessioni finali

E’ questo l’ennesimo studio che cerca di investigare l’efficacia della vitamina D sulla vitiligine. In questo caso, a dosaggi tutto sommato relativi, indicati dalla letteratura scientifica internazionale come trattamento degli stati carenziali, si sono avuti dei risultati buoni che mi riservo di dettagliare appena sarò in possesso dell’intera pubblicazione. 

Potrebbero essere dati per noi molto interessanti sebbene si riferiscano ad un tipo di vitiligine indotta. Ma a ben vedere tutti gli studi su cavie hanno come oggetto la patologia causata dallo sperimentatore  quindi ciò che funziona su queste forme dovrebbe funzionare anche sulle forme endogene della malattia. 

Sono convinto che ancora molto ci sia da scoprire sulla vitamina D e su altre vitamine e che molto lavoro debba essere fatto specie sui dosaggi, vero grimaldello dell’impiego di ogni sostanza. 

Alla prossima. 


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